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16 l’argentina e gli italiani


e lì presso il «River Piate Trust», la «Loan y Agency Comp.», e la «New Zealand and River Plate Lond Mortgage Comp.», e la Società Ipotecaria Inglese, una quantità d’istituti finanziarî inglesi fra i quali le altre Banche francesi, spagnuole, tedesche, argentine e italiane, stentano a formare la maggioranza numerica. Biondi commessi in soprabito e cilindro, con le cartelle dei valori sotto il braccio, vi vengono addosso, vi urtano e si allontanano gettandovi un frettoloso: «I beg your pardon!» — Si odono dei rapidi: «Good morning!» — «Good bye!» — «Come è l’apertura del London Exchange?» — «All right!»

Qui le mani inglesi manipolano le finanze della Repubblica. Gl’inglesi sono i veri padroni dell’Argentina; essi hanno tutte le ferrovie, il porto, le opere colossali dell’acqua potabile, i trams, tutte le principali imprese; un investimento di un seicentocinquanta milioni di franchi, senza contare i prestiti allo Stato. La capitale finanziaria dell’Argentina è Londra. Dal London Exchange viene tutti i giorni la parola d’ordine. Nei nebbiosi dintorni della Mansion House può decretarsi la sorte di questo Stato, che esiste solo in grazia dei capitali inglesi e delle braccia italiane.

Gl’inglesi a Buenos Aires formano proprio l’«imperium in impero», anzi direi meglio l’«imperium in... repubblica.» Essi formano una potenza a loro. Vivono completamente separati. Chiusi gli ufficî, alla sera, essi corrono alla stazione del «Retiro», e i il «dinner trains», pronti per loro, li portano a Belgrano e a Flores, ameni quartieri pieni di giardini e di villette inglesi, che rammentano vivamente i gentili e melanconici sobborghi aristocratici di Londra. A traverso le cancellate dei parchi, profumati da superbe magnolie fiorite, i passanti possono seguire le partite di lawn-tennis di cricket, di foot-ball che si svolgono sull’erba dei prati; e alla sera, dalle verande aperte, intravvedono il pranzo di famiglia, silenzioso