Pagina:Malombra.djvu/12

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— Signore — disse una voce rauca e vibrata — è Lei che va dai signori del Palazzo?

Questa domanda gli fu tratta a bruciapelo da un uomo che gli si piantò di fronte con la sinistra al cappello e una frusta nella destra.

— Ma...

— Oh, per bacco — disse colui, grattandosi la nuca — chi dev’essere allora? — Ma come si chiamano questi signori del Palazzo? — Ecco, vede, da noi si dice i signori del Palazzo e non si dice altro. Per esempio, a dire così, per un dieci miglia tutt’in giro, capiscono: Lei, mettiamo, viene da Milano, è tutta un’altra storia. Queste sono sciocchezze, io so benissimo il nome; ma adesso, piglialo! Noi povera gente non abbiamo tanta memoria. È poi un nome tanto fuori di proposito!

— Sarebbe...

— Aspetti; Lei che taccia e che non mi confonda. Ehi, dalla lanterna!

Un guardiano si avvicinò lentamente con le braccia penzoloni, facendo dondolare la sua lanterna a fior di terra.

— Non bruciarti i calzoni, che Vittorio non te li paga — disse il giovanotto di poca memoria. — Tira su quell’empiastro d’una lanterna. Qua, prestamela un momento.

E dato di piglio alla lanterna, la sbattè quasi sul viso al forestiere.

— Ah, è lui, è lui, è lui tal e quale come mi hanno detto. Un giovinotto, occhi neri, capelli neri, nera mica male anche la faccia. Bravo, signore.

— Ma chi ti ha detto?...

— Lui, il signore, il conte!

— Oh, diavolo — pensò colui — un uomo che non ho mai visto e che mi scrive di non avermi mai visto!

— To’! — esclamò l’altro lasciando cader la frusta e cacciandosi la mano in tasca. — Proprio vero che più asino di così la mia vecchia non mi potea fare neanche