Pagina:Malombra.djvu/137

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Steinegge uscì tutto impensierito. Che intendeva mai fare il signor Silla?

La stessa questione si agitò lungamente nelle regioni inferiori del palazzo. Madamigella Fanny aveva informato per la prima i suoi colleghi della «gran lezione» data dalla sua signorina a quel «tulipano nero», il quale, agli occhi di Fanny, aveva il gran torto di non essersi mai avveduto che erano belli ed arditi. Il cuoco possedeva le informazioni della Giunta con parte della quale aveva bevuto un litro, dopo il fatto, dalla Cecchina gobba. Raccontò che in quel punto il signor Silla tremava tutto; era più bianco di un foglio di carta. — Chi sa, signor Paolo — gli disse Fanny — chi sa che faccia faranno adesso a trovarsi insieme quei due lì! Già la mia marchesina non ha paura di nessuno. — Allora qualcuno disse che il signor Silla si era ritirato in camera e che per quella sera non sarebbe disceso. Il «zuruch» che gli aveva tenuto compagnia un pezzo, n’era uscito tutto stravolto. Altro fatto strano; il signor Silla aveva mandato a riprendere i suoi rasoi che il giardiniere doveva portar seco a Como per farli affilare.

— Sta a vedere — disse Fanny — che quello stupido lì è capace di ammazzarsi senza dare un quattrino di mancia a nessuno!

— Zitta! Andiamo!— disse la Giovanna. — Se il signor padrone avesse a sapere di questi discorsi! E poi, per quel che ci ha fatto Lei!

— A me non tocca — rispose Fanny .— Sicuro che non mi degnerei di attaccargli neppure un bottone. Ho visto la bella roba da straccione che ha. È più «chic» il dottore, di quello lì.

Appena nominato il dottore, Fanny fece una risatina.

— Povero dottore! — diss’ella, e giù un’altra risatina; poi un’altra, poi un’altra; nè volle mai dire perchè ridesse.

E anche nella sala dov’erano riuniti gli ospiti del Palazzo, a chi si pensò se non a Silla e a quello che fa-