Pagina:Malombra.djvu/140

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donna mi fa venir le vertigini, mi mette i brividi sotto i capelli. È amore? Non lo so, non lo credo; ma guai se per soffocare l’angoscia e la collera di essere odiato, non ci fosse ancora in me qualche forza indomita di cui ringrazio Dio! Sì, è così. Lei n’è stupefatto, lo comprendo, ma è così. Però, vede, sono un uomo, il sangue vigliacco deve obbedirmi, vado via. Mi stringa la mano; qualche cosa di più, mi abbracci.

Steinegge non seppe proferire che tre ooh soffocati, abbracciò Silla con un cipiglio da nemico mortale e l’affetto tempestoso d’un padre. Poi trasse di tasca un vecchio portasigari sdruscito e lo porse con ambo le mani all’amico. Questi lo guardò attonito.

— Vostro a me — disse Steinegge.

Allora l’altro intese e trasse egli pure un portasigari ancora più vecchio e sdruscito. Se li scambiarono tacendo. Prima di partire, Silla diede un ultimo sguardo, un appassionato saluto mentale alle memorie di sua madre; gli parve che l’angelo pregasse per lui, per l’aiuto di Dio in altri cimenti ancor più gravi, nascosti nel futuro. Uscì nel cortile per una finestra a piano terreno. Non volle che Steinegge lo accompagnasse, gli strinse ancora la mano, e attraversata in punta de’ piedi la ghiaia traditrice, salì lentamente la scalinata fra i cipressi, fermandosi nelle nere ombre oblique che fendevano, come grandi crepacci, le pietre illuminate dalla luna.

Egli si voltava allora a guardar la vecchia mole severa da cui si partiva, secondo le previsioni umane, per sempre. Ascoltava il tenero lamento dello zampillo giù nel cortile, la voce grave della grossa polla su in capo alla scalinata. L’una e l’altra voce chiamavan lui; quella sempre più fievole, questa sempre più forte. Non gli era più possibile veder la finestra di lei, ma guardava là quell’angolo del tetto che copriva la stanza sconosciuta, e la immaginava nei più minuti particolari con la rapidità e la vigoria intensa della passione. Ne respirava