Pagina:Malombra.djvu/146

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I due remi gli saltarono in pezzi. Cacciò fuori gli altri due ch’erano nella lancia, remò con furore, perchè la notte, le voci della natura sfrenata, quel tocco bruciante, quell’inatteso sguardo gli gridavan tutti di esser vile. E i lampi gliela mostravano ogni momento, lì, palpitante, col viso e il petto piegati a lui. Non era possibile! Fece uno sforzo, si alzò in piedi e passò sull’altra panca più a prua.

— Perchè? — diss’ella.

Anche nella voce di lei v’era una commozione, un’elettricità di tempesta.

Silla tacque. Marina dovette comprendere, non ripetè la domanda. Si vide al chiarore dei lampi un denso velo bianco a levante, una furia di piova in Val... Non veniva però avanti; la rabbia del vento e delle onde diminuiva rapidamente.

— Può voltare, — disse Silla con voce spossata, accennando del capo: — il Palazzo è là.

Marina non voltò subito, parve incerta.

— La Sua cameriera l’aspetta?

— Sì.

— Allora torneremo alla cappelletta. Fra dieci minuti il lago è quieto: io scenderò lì.

— No. — diss’ella. — Fanny non mi aspetta. Dorme.

Voltò Saetta e mise la prora al Palazzo. Non parlarono più nè l’uno nè l’altra. Quando giunsero al Palazzo faceva meno scuro e il vento era caduto affatto, ma le onde strepitavano ancora lungo i muri, tanto da non lasciar udir la barca.

Anche il sangue di Silla si veniva chetando. Passarono sotto la loggia. Quella vista gli rese la sua freddezza altera.

— Lei mi ha detto stamattina — diss’egli — che non La conoscevo. La conosco invece molto bene.

Marina credette forse che volesse alludere alla scena avvenuta lì, e non rispose.