Pagina:Malombra.djvu/156

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— Oh che viaggio; — diceva quella voce — oh che paesi, oh che gente! — Hai la mia borsa, Momolo? Vi racconterò, creature. Chi sei tu, bellezza? La sua cameriera? Brava, cara. E dov’è questo benedetto Cesare? Sta sulle tegole a quest’ora? Dimmi, tesoro, cos’hai nome? Fanny? Senti, Fanny, quel palo bianco là è un frate o un cuoco? Ma che ci prepari un brodo, benedetto da Dio. Nepo, sei languido, fio? Oh Dio, Cesare, che vecchio, che brutto!

Con quest’ultime parole gridate nelle palme delle mani di cui s’era coperta il viso, la contessa Fosca Salvador salutò il conte Cesare che le veniva incontro frettoloso con una faccia che voleva e non poteva essere allegra. Peggio fu quando la contessa volle fargli un bacio e lo affogò in un diluvio di chiacchiere. Egli ne perdette quasi la testa. Continuava a rispondere sì sì sì col suo vocione più grosso, stringeva la mano a Nepo e stava per fare lo stesso col vecchio domestico della contessa, malgrado i suoi grandi inchini e il suo ripetere: — Eccellenza, Eccellenza.

Ciò — gridò la contessa — sta a vedere che mi bacia Momolo. C’è di meglio se volete baciare; ma voi già siete un orso.

Il conte Cesare stava sulle brage. Avrebbe volentieri mandato al diavolo tutta la compagnia. I discorsi della contessa gli mettevano rabbia. Momolo e le due donne che stavano silenziosi dietro Sua Eccellenza ebbero pure da lui uno sguardo poco benevolo. Se avesse poi veduto nel cortile, tra le macchie di fiori, la nuova macchia nera di bauli, casse e borse accatastate!

— È una invasione, caro conte, una invasione — ripeteva Nepo girando per il vestibolo quasi a tentoni perchè ci si vedeva poco, e frugandone ogni angolo col naso per trovar posto al suo bastone, al soprabito, al cappello.

— L’ho proprio detto alla mamma ch’era un abusare...