Pagina:Malombra.djvu/197

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dialoghi tenuti con loro e avendo cura di intercalarvi spesso — Voi Salvador, voi Maria, voi Emma, voi Fanny ecc. — Le dedicava pure le sue goffe spiritosaggini insolenti, le nascondeva i libri, le mutava un guanto, faceva dondolar Saetta quando andavano sul lago. Sfoggiava senza pietà per Marina le toelette più irresistibili, a tinte austere la sera, tènere la mattina; tanto tènere che qualche volta Nepo, profumato come era, pareva un boccone di crema alla vaniglia. E il glorioso corno degli avi magnanimi, quel corno

che valeva
Assai più che una corona

si era sciolto,

Benchè re de tutti i corni

in una minutaglia di cornetti burla, piovuta su dai bottoni, sulle spille, sui fazzoletti del pusillanime nipote, malgrado la spiccata antipatia della contessa Fosca per questo emblema che le suggeriva dei motti democraticissimi. Steinegge, a cui la contentezza sprizzava da tutti i pori, era il cavaliere ufficiale di Sua Eccellenza che aveva molta bontà per lui. — Il cucchiaio che va a spasso con la scodella — diceva la contessa quand’egli le dava il braccio. Però prima di accordargli tanta confidenza, si era fatto spiegare che non era austriaco nè amava gli Austriaci; e ci volle del buono perchè potesse capacitarsi che l’è todesco e no l’è todesco — Vorrete dire che è todesco, ma non tiene dai todeschi? esclamava la povera donna. E finiva con dire: — Mi fido, mi fido. — Ne domandò allo stesso Steinegge, al quale, poi, accordò sincera amicizia, giungendo fino a raccontargli certi aneddoti molto scabrosi con sì poca prudenza che Steinegge, se Edith era vicina, fremeva.

Steinegge pareva rabbonito con la stessa Marina, forse perchè fra pochi giorni avevano a separarsi partendo egli

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