Pagina:Malombra.djvu/260

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
 
— 256 —
 


— Il cuore mi palpita quando vi penso. Questa notte non scenderà sonno sulle mie pupille. Ah! È inutile, mamma, tu non puoi comprendere con la tua anima il segreto incanto di quella grotta. Ah!

Si alzò in piedi e dimenò le braccia come un forsennato estatico; dopo di che abbracciò sua madre che si mise a gridare:

— Matto, matto, lasciami stare coi tuoi spiritessi.

— Senti questa, senti questa, mamma — diss’egli, rizzandosi, mentre la contessa ripeteva a Marina: — è in boresso, è in boresso. — Marina chiamò il Finotti, che guardava curiosamente dalla sala.

— Lascialo stare, colui — disse la contessa.

— Finotti! — ripetè Marina.

Quegli entrò, tutto ringalluzzito.

— Sentite questa, sentite questa — gridava l’infatuato Nepo.

— Qua, Finotti.

Marina lo fece sedere fra Edith e sè.

— Sentite questa. Ero tanto esaltato dalle bellezze dell’Orrido che, quando siamo giunti con mia cugina sotto il gran pietrone nero dell’ultima grotta, io, comunque profano alle discipline di quella nobile arte ch’è la ginnastica, saltai!...

— Oh! — interruppe Marina.

— Non è vero, come saltai? — riprese l’altro guardandola e aspettando con le braccia in aria.

Quite a new way of leaping — gli rispose Marina.

— Per carità, Marina, non starmi a parlar francese, viscere, che a Venezia, con questo maledetto francese non si può vivere. Cosa hai detto?

— Le tue solite sciocchezze, mamma! Marina ha parlato inglese e non francese.

— Scusi — uscì a dire il Finotti per riconciliarsi la signora contessa Fosca ch’era diventata rossa rossa, e si versava un conforto di Barolo. — Scusi conte: che