Pagina:Malombra.djvu/262

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Marina, visto entrar lo zio, si alzò da tavola e si avviò alla sala a braccio di Nepo.

— Carino coi vostri salti — gli diss’ella ridendo. Mentr’egli rispondeva solennemente, ore rotundo, la coppia passò davanti al conte Cesare e Marina fissò lo zio con due occhi scintillanti di gaiezza. La contessa Fosca, ancora indispettita del brutto tiro giuocatole da suo figlio, passò senza guardarlo, facendosi vento.

Il conte trasse l’orologio. Erano le nove e mezzo, un’ora affatto straordinaria per lui.

— Questi signori avranno bisogno di riposo— diss’egli volgendosi agli Steinegge e ai commendatori. Poi, senz’altro attendere la risposta, ordinò di approntare le candele, ed entrò in sala dove ripetè l’antifona.

— Io penso — diss’egli ai Salvador — che dopo tante fatiche e tante emozioni avrete bisogno di riposo.

— Ma carissimo zio... — cominciò Nepo avanzandosi verso di lui con le braccia aperte, a passi brevi e frettolosi.

L’altro non lo lasciò proseguire.

— Oh, sicuramente, che diavolo! — diss’egli. — Adesso si approntano le candele.

Nepo fece un voltafaccia e tornò verso Marina, ritirando il capo fra le spalle e alzando le sopracciglia.

La contessa Fosca s’interpose.

— Ma via, Cesare — diss’ella piano al conte, — che originale che siete! Stasera che i miei putti avrebbero tanto gusto di parlarvi, di dirvi...

— Sì, sì, sì, sì — s’affrettò a rispondere il conte — intendo molto bene quello, intendo molto bene quello. Ecco le vostre candele.

Non c’era da replicare.

— E voi, — disse il conte quando si trovò solo con Marina — non andate, voi?

— Non ha niente da dirmi? Non è contento ch'io abbia seguito i suoi consigli?