Pagina:Malombra.djvu/270

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E pigliò a sciogliere un’altra treccia.

— È vero che a Venezia non ci sono carrozze? Sarà però sempre meglio di qua, dico io. Non è vero?

Marina non rispondeva.

— Com’era contenta la signora contessa stasera! Mi ha fatto quasi un bacio. Povera donna! Mi vuol proprio bene. Mi ha detto che sono un tesoro. Povera signora! A me non sta bene di ripeterlo, ma mi ha proprio detto così. Lo dice anche la signora Catte, povera signora Catte, che di cameriere come me ce ne son poche dalle sue parti. È brava anche lei però. Bisogna vedere come cuce bene. Cuce quasi tanto bene come me. La mi ha detto adesso...

— Fa presto.

— Faccio presto, faccio presto. La mi ha detto adesso che il signor conte ha voluto mangiarla, perchè...

— Hai finito?

— Sì, signora

— Bene, vattene.

— Non vuole che La spogli?

— No, non voglio niente. Vattene.

Fanny esitò un poco..

— È in collera con me?

— Sì — disse Marina per sbrigarsene — sì, sono in collera. Vattene.

E si alzò scuotendo il fiume di capelli biondo-bruno che le cascava alle spalle sull’accappatoio.

— Perchè è in collera? — disse Fanny.

— Per niente, per niente, vattene.

— Che la senta — ripigliò Fanny rossa rossa — se fosse per certi bugiardoni qui di casa che avessero contate delle storie, non stia a crederci, perchè dei signori giovani e belli ne ho conosciuti tanti e nessuno mi ha mai toccato un dito...

— Basta, basta, basta! — la interruppe Marina — non so che cosa tu voglia dire, non voglio saperlo. Non sono in collera. Ho sonno. Va, va.