Pagina:Malombra.djvu/288

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Ci aveva pensato molto. Edith non parlò, nè si potè vedere con qual viso accogliesse la tarda risposta di Silla, perchè ella era già sulla scala e vi faceva scuro.

Era una consolazione uscire da quella scala fredda e buia nella strada ancor chiara del sole recente, nitida dopo una giornata di vento, quanto il cilindro di Steinegge. Questi camminava a sinistra di sua figlia, rigido come un Y capovolto.

— Oh — diss’egli, fermandosi a un tratto — sapete, caro amico? Oggi mi ha scritto Innocenzo.

Fece atto di cercarsi la lettera nelle tasche del soprabito, ma, ad una rapida occhiata di Edith, disse di averla dimenticata a casa e ne parlò a Silla con entusiasmo.

— Molto affettuosa — disse — e molto...

Non trovava la parola.

— Non spiritosa, no. C’è un’altra parola italiana che mi pare, così per istinto, migliore in questo caso.

— Arguta? — disse Silla.

— Sì, arguta.

Edith seppe ripeterne gran parte a Silla. Non era la prima volta che don Innocenzo aveva scritto al suo buon amico tedesco, appagando così un desiderio segretamente confidatogli da Edith prima di lasciare il Palazzo. Le sue lettere improntate di bontà e di arguzia erano scritte classicamente, in forma alquanto artificiosa, come usa l’uomo colto che ne scrive poche. Toccava stavolta di tristi casi avvenuti nella sua parrocchia, di grandi dolori sopportati con la umile pace cristiana. Parlava con riverenza di queste virtù dei suoi poveri contadini punto democratici; parlava della fede come un uomo che nella sua giovinezza ha combattuto per non smarrirla e, avendo pur vinto, guarda con grande indulgenza a chi ha lottato e perduto. Narrava che la neve, il gelo e le grandi piogge, avevano danneggiato il soffitto della sua chiesa e che, la domenica precedente, vi era venuto per caso a suonare l’organo un giovane maestro, il quale