Pagina:Malombra.djvu/34

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Questa sera chiacchiereremo. Credo che non starete poi tanto male qui da non poter trattenervi ancora.

— Tutt’altro — rispose Silla con impeto— ma Lei deve dirmi...

— D’una sorpresa che avete trovato qui? Sì, può essere che io Vi debba quello; ma io mi rivolgo alla Vostra cortesia per pregarvi di non parlarmene prima di stasera. Intanto venite: Vi farò vedere il mio Palazzo, come dicono questi zoticoni di paesani che potrebbero lasciare alla gloriosa civiltà moderna i nomi molto grandi per le cose molto piccole. La mia casa è una conchiglia — diss’egli, alzandosi in piedi. — Già, una conchiglia dove son nati molti molluschi che hanno avuti umori differenti. Forse il primo aveva, sì, degli umori un poco ambiziosi; Voi vedete qui dentro che ha lavorato il guscio alla diavola, senza risparmio. Non ce ne fu poi nessuno che avesse umori epicurei, per cui la conchiglia è molto incomoda. Quanto a me, ho l’umore misantropo e faccio diventar nero il guscio ogni giorno più.

Silla non osò insistere nella sua domanda; subiva un fascino. Il conte Cesare, lungo e smilzo oltre il credibile, con quel suo testone d’irti capelli grigi, con quegli occhi severi nel volto ossuto, olivastro e tutto raso, sorprendeva. Nel suo vocione di basso profondo si sentivano tesori di dolcezza e di collera. Questa voce si muoveva sempre con un’onda appassionata, gettando piene di vita e di originalità le frasi più volgari; veniva vibrante su dalle cavità di un gran cuore, di un petto di bronzo, all’opposto di certe malfide voci acute che scoppiettano, si direbbe, alla punta della lingua.

Egli vestiva un soprabito nero, lungo sino al ginocchio, con certe manicaccie sformate da cui usciva la mano bianca e bellissima. Portava un cravattone nero; de’ solini si vedevano appena le punte.

— Prima di tutto — diss’egli additando le librerie — mi permetto di presentarvi la società dove passo molte