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CAPITOLO I.


Lo so, lo so, egli è qui ancora.


Silla arrivò alle dieci e mezzo alla stazione di... Il mattino era caldo e ventoso. Le vette dei grandi abeti che nereggiavano lì presso in un giardino, i nitidi profili de’ monti lontani spiccavano nel cielo vitreo. Molti viaggiatori salivano sul treno, aspettati, salutati dai loro conoscenti. In tutti i vagoni si chiacchierava, si rideva, si vociava. Quando la locomotiva ebbe trascinato via quegli strepiti con il soffio leonino, parve a Silla, nel silenzio vôto della strada, esser colto dalla stessa ferrea mano di cui otto mesi prima aveva immaginato, partendo in ferrovia di notte, che chiudesse inesorabilmente gli sportelli dei vagoni e portasse via tanti esseri umani nelle tenebre. Guardò il treno già lontano, bramò per un istante seguirne la fuga disperata.

Fuori della stazione c’era il giovinotto dell’altra volta con la sua cavallina.

— To’ — diss’egli quando vide Silla — è il signore di quella sera. Andiamo al Palazzo, non è vero, signore?

— Sei qui per me, tu?

— È quello che vorrei sapere anch’io. Era di venire ieri mattina coi bagagli degli sposi, là del Palazzo. Vado a prenderli. Fronte indietro. Non si parte più. E poi, ieri sera, io dormiva pacifico come un «tre lire»: mica ubbriaco, vede! È l’acqua che mi mette sonno a {{PieDiPagina|Malombra