Pagina:Malombra.djvu/347

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— Presto, ti dico!

L’altro si strinse nelle spalle e frustò la cavalla.

— Morto! — disse tra sè Silla. — E io che non ci pensavo nemmeno, a lui!

Si rimproverò acerbamente questa dimenticanza di egoista, e gli riempì il cuore una dolorosa tenerezza per l’intemerato amico della madre sua, per il vecchio severo che gli aveva aperto le braccia in nome d’una memoria santa. Egli lo aveva offeso con la sua fuga occulta dal Palazzo; lo sapeva per una lettera ricevutane subito dopo, a Milano. Non ne provava rimorso, parendogli aver operato allora onestamente; ma pure gli era acerbo che il conte fosse sceso nella tomba con quel sentimento. Morto! Mezz’ora ancora e vedrebbe il Palazzo, tetro, solenne, pieno di freddo e di silenzio, circondato dalle austere montagne; come uno a cui la morte portò via qualche persona cara, siede impietrato dal dolore fra gli amici muti. E le proprie avversità incomportabili, come le sentiva ora, nello stupore di quell’annuncio, stranamente attenuate! Una porta segreta gli si era spalancata davanti improvvisamente; non vi si vedeva che ombra; ma ne spirava un’aria fredda, piena di calma. Godere, soffrire, amare, quanto durano? Ove finiscono? E, sovratutto, cosa ne resta?

Il cuore gli batteva forte forte quando dal colle dell’ultima salita cominciò a discendere verso il lago, che si vedeva luccicare in fondo alla valle tra le frondi dei vecchi castani.

A mezzo il viottolo che dalla strada provinciale mette al giardino c’era il Rico, grave, col berretto in mano.

— Dunque? — disse Silla.

— Sempre lo stesso — rispose.

— Ah, è vivo!

— Signor sì, signor sì. Adesso ci sono giù i signori dottori.

— Quali dottori?