Pagina:Malombra.djvu/350

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signore attempato si alzò rispettosamente, la contessa Fosca e Nepo si guardavano attoniti, il Vezza inarcò un momento le sopracciglia e fece un freddo cenno di saluto.

Per fortuna entrò la Giovanna. — Ah, caro Signore! — diss’ella — il signor Silla! — Ella gli andò incontro con gli occhi lagrimosi e le mani giunte sul petto.

— Ah, come ha fatto bene a venire! Dev’essere stata la Provvidenza che gliel’ha posto in cuore. Venga a vederlo! Può venire a vederlo, signor padre Tosi?...

— Per carità, cosa vi pensate, Giovanna? — esclamò la contessa. Bisogna lasciarlo quieto.

— Lasciarlo quieto, quieto per carità — ripetè Nepo.

Silla si voltò al frate, che guardò un momento la Giovanna con singolar espressione di dolcezza e disse quindi bruscamente a Silla:

— Lei conosce l’ammalato?

— Sì, signore.

— Se le fa piacere di non conoscerlo più e di non esserne conosciuto, vada pure. Per l’ammalato fa lo stesso, finora.

La Giovanna fece un gesto supplichevole.

— Cara vecchia! — disse il frate. — Conducilo pure, ma non bisogna mica mettere tanto in moto la Provvidenza. — Cosa fai?

Quest’apostrofe era diretta al cameriere che gli disponeva davanti, sulla mensa, un gruppo scintillante di vasellami d’argento e di cristallo.

— Per qual frate mi pigli? Portami un pane e un bicchier di vino.

— Mi pare un’imprudenza — insistette Nepo vedendo la Giovanna uscir con Silla.

— Se fosse un’imprudenza non l’avrei permessa — rispose il frate.

— Ci farei un bacio — diss’egli al Vezza — ci farei un bacio a quella vecchiettina, povero topolino bello, che trotticchia sempre di qua e di là, con quella cuffiettina