Pagina:Malombra.djvu/386

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— Signora no, per quel signore là non l’hanno mica fatto battere il telegrafo — disse dietro a lei Marta ch’era venuta a portare un cucchiaino. Don Innocenzo, intento al caffè e alla discussione, non s’era avvisto di lei.

— Che ne sapete voi; — diss’egli.

— Perchè non ho a saper qualche cosettina anch’io, povera donna? — rispose la petulante Marta. — Quel signore lì è proprio caduto dalle nuvole. Nessuno se l’aspettava, cari loro. Non c’è che la Giovanna che sia contenta, perchè sa, neh, che il signor conte gli voleva così bene. Gli altri non lo possono vedere, specialmente la signora donna Marina. Il mio signor padrone a me, magari, non dice niente; ma lui lo sa bene che ieri sera la signora donna Marina l’ha fatto andar giù in giardino, questo signor Silla, per dargli una ramanzina.

— Come sapete voi queste cose? — disse don Innocenzo stupefatto.

— Ne so così delle cose, io. È mica vero forse?

— Che lo ha fatto scendere in giardino, sì, è vero, ma cosa gli abbia poi detto non lo so io e non lo sapete neanche voi.

— Che abbiamo udito, no, magari; nessuno ha udito; ma chi può saperlo dice che gli avrà detto di andar via, perchè è lei che lo ha fatto andar via l’altra volta.

— Ma non è partito? — disse Edith.

— No, signora, no, non è partito; almeno credo. Lo ha visto Lei, oggi, signor curato?

— Sì, l’ho incontrato sulla scala.

— Vogliamo andare, Edith? — chiese Steinegge.

— Oh no, papà, ho pensato che il momento non è opportuno per una mia visita. Vacci tu. Io resto con don Innocenzo.

— Stasera abbiamo il mese di maggio — le disse questi.

— Bene, verrò in chiesa.

A Steinegge dispiaceva andar solo, ma non insistette