Pagina:Malombra.djvu/395

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— È da vergognarsi — diss’ella — di tanti nostri piccoli dolori.

Nessuno dei tre aperse più bocca a casa, dove si divisero. Steinegge, sentendosi stanco, andò a letto, don Innocenzo si ritirò nel suo studio a dir l’ufficio. Edith andò in cucina ad ascoltare la conferenza di Marta su vitali argomenti d’economia domestica, sui prezzi dello zucchero e del caffè, sul modo di « metter là » i pomidoro e i capperi in aceto, sulla tela più robusta e a buon mercato. Dopo mezz’ora di chiacchiere Edith lasciò la cucina e venne a bussar sommessamente all’uscio dello studio.

Don Innocenzo non si aspettava la sua visita; le domandò sorridendo se fosse accaduta qualche cosa. Ella rispose:

— No; volevo dirle una parola.

Il prete comprese tosto dal volto di lei che doveva essere una parola grave, e si compose pure a gravità.

— Prego — diss’egli, alzandosi a mezzo e accennando una sedia presso di lui. Quindi attese in silenzio.

Passarono due minuti prima che le labbra di lei si aprissero. Don Innocenzo si pose a guardare attentamente il piano della scrivania, a spazzar col mignolo della destra, a soffiar via leggermente una polvere immaginaria. Finalmente Edith parlò.

Ella non fece alcun preambolo e cominciò subito a raccontare quello che suo padre le aveva detto intorno alla passione concepita da Silla per Marina prima della sua fuga dal Palazzo; proseguì a dire dello strano contegno, degli strani discorsi tenuti da Marina durante la gita all’Orrido, delle proprie impressioni nell’udir annunciare, quella sera stessa, il matrimonio Salvador. Narrò quindi con voce men sicura il passeggio sui bastioni, la indifferenza ostentata con la quale Silla avea accolto la notizia che le nozze stavano per celebrarsi, le confidenze che le aveva fatte poi. Soggiunse risolutamente,