Pagina:Malombra.djvu/397

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— Ma Ella dal canto Suo non ne provava alcuna per lui, e solo per un equivoco il signor Silla potè sperare d’essere corrisposto?

— No, signore, temo di no, non per un equivoco.

Ella pronunciò queste parole a voce bassissima, chinando la fronte alle mani conserte sulla scrivania.

Don Innocenzo tacque guardando i capelli giovanili lucenti di bagliori dorati. Quella scoperta gli faceva pena; gli doleva trovar passione dove aveva pensato non esser che pace, gli doleva veder piegarsi afflitta la bella testa intelligente. Al tempo andato, nelle lunghe ore ch’egli soleva passare meditando e leggendo, nel suo studiolo, altre immagini di donne pensose e vereconde erano salite dalla terra o uscite dai libri santi innanzi agli occhi suoi. Gli pareva ora che la rauca voce dell’orologio gli dicesse « ti ricordi? » Ecco, dopo tanti anni, una di queste figure, viva e vera, non più pericolosa ormai per lui che per un fanciulletto innocente. E soffriva di vederla ferita, perchè vi era pur qualche cosa in lei della sua propria giovinezza intemerata, di certi ideali femminili contemplati a quel tempo, con trepida riverenza, da lontano.

Edith alzò il viso e se lo coperse con le mani.

— Temo — diss’ella — di non aver fatto tutto il possibile per nascondere l’animo mio.

— Ma, se questo giovine signore ha uno spirito nobile, se aveva inclinazione per Lei, se Ella stessa... scusi, sto alle Sue parole... se Ella stessa... ma perchè allora?

Le mani le caddero dal viso, due occhi umidi brillarono davanti a don Innocenzo.

— Oh signor curato, Lei che sa, come può credere? Come farei ciò mentre mio padre ha tanto bisogno di me? Mettere accanto e forse contro al mio dovere di figlia un dovere più forte! Sarei venuta in Italia per questo, signor curato? Non è poi neppure la mia vocazione; ne sono convinta.