Pagina:Malombra.djvu/417

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leone gli si fosse accosciato su. A un tratto quel rantolo parve mancare.

— È la fine — disse don Innocenzo volgendosi agli astanti. Vide Marina in piedi, le accennò che s’inginocchiasse, poi si curvò sul letto, pronunciò con voce chiara le ultime preghiere.

Marina fece due passi avanti: il lume della candela ascese fino al suo viso pallido, alle nari frementi, alle sopracciglia contratte.

— Conte Cesare! — diss’ella.

Tutti trasalirono, si rizzarono sulle ginocchia, esterrefatti, a guardarla: tutti, tranne don Innocenzo. Questi non fece che un gesto, con la sinistra, verso lei.

Ella non indietreggiò, non piegò. Stese le braccia, appuntò gl’indici, come due pugnali, al morente, esclamò:

— Cecilia è qui...

Un fremito d’esclamazioni sorde, uno scricchiolar di seggiole, un fruscìo di piedi corse per la stanza. Don Innocenzo si voltò:

— Via! — diss’egli.

Nepo, il Vezza, il Mirovich fecero un passo verso la donna ritta in mezzo alla camera come un fantasma.

— In nome del Signore la conducano via!— singhiozzò Giovanna.— È lei che l’ha ucciso!

Nello stesso istante Marina gittò addietro le braccia coi pugni chiusi, piegò avanti il viso e il petto. Nessuno dei tre osò avvicinarsele, fermar le parole stridenti:

— Con il suo amante!...

Allora fu visto Silla slanciarsi a lei, levarla tra le braccia.

— Per vederti morire! — gridò ella in aria, dibattendosi. Fu un lampo; si udì un’usciata violenta. Silla e Marina sparvero, la camera tornò silenziosa. Nepo, il Vezza e l’avvocato mossero in punta di piedi verso la porta.

— Nepo! — disse la contessa Fosca sottovoce, con forza. — Qui!