Pagina:Malombra.djvu/45

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sopra villaggi e casali, le ombre pigliano corpo, i corpi sfumano in ombra, nel cuore umano affondano le impressioni, i pensieri del presente, e vien su un movimento confuso di ricordanze lontane, di fantasmi che inteneriscono e fanno sospirare in silenzio.

Ad un tratto il conte alzò con impeto il viso e disse:

— Signor Silla!

Tacque un momento e riprese lentamente:

— Quando avete letto la mia lettera, il nome che vi trovaste sotto Vi era sconosciuto?

— Sconosciuto.

— Non era nella memoria Vostra la traccia più lieve di questo nome?

— Nessuna.

— Dalle persone con le quali avete vissuto non udiste mai parlare di qualcuno il cui nome non era pronunciato e che avrebbe potuto trovarsi un giorno nelle circostanze più difficili della vita?

— No. Da chi ne avrei inteso parlare?

Il conte esitò un istante, poi ripetè a voce bassa:

— Dalle persone con le quali avete vissuto.

— Mai.

— Vi ricordate almeno di aver veduta la mia fisionomia?

Silla era sorpreso di tanta insistenza.

— Ma no — diss’egli.

— Eppure — ripigliò il conte — or sono diciannove anni, un giorno in cui vi si era punito severamente per avere spezzato un vaso di cristallo, all’uscire da uno stanzino buio, dove vostro padre vi aveva tenuto chiuso per parecchie ore, vedeste un momento il mio ritratto.

Silla balzò in piedi; il conte si alzò pure e, dopo un momento di silenzio, girato il tavolo, andò a piantarsi presso il suo interlocutore, voltando il viso al chiarore morente del crepuscolo.