Pagina:Malombra.djvu/47

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— Non è vero? — diss’egli.

Silla non rispose.

Il conte riprese la sua passeggiata.

— È forse crudele — proseguì — di ricordare queste cose, ma io non sono amico di certe mollezze sentimentali moderne; io credo che è molto bene per l’uomo di ripassare ogni tanto le lezioni e i precetti ch’egli ha avuto, direttamente o indirettamente, dalla sventura, e di non lasciarli estinguere, di rinnovare il dolore, perchè è il dolore che li conserva. E poi il dolore è un gran ricostituente dell’uomo, credete; e in certi casi è un confortante indizio di vitalità morale, perchè dove non vi è dolore, vi è cancrena. Dunque nel 47 accadde in casa Vostra qualche cosa di straordinario. Andaste a dimorare parecchi giorni a Sesto, in casa C... La carrozza che vi ricondusse a Milano, si fermò davanti ad un’altra casa, in via Molino delle Armi. Era una casa molto diversa da quella del Monte di Pietà e vi avete fatto una vita molto diversa. Non più servi, non più ricche suppellettili. Voi sapete, una parte di quelle suppellettili, dove si trova.

— Ma come?... — interruppe Silla.

— Furono vendute, naturalmente.

— Ma perchè Lei?...

— Quello è diverso, ne parleremo in seguito. Cosa dicevo? Ah, Voi siete dunque andato ad abitare un quinto piano in via Molino delle Armi. Dalla finestra di una camera da letto si vedevano queste montagne. Lassù avete cominciato a fare anche Voi il solito sogno di diventare qualche gran cosa e di empire il mondo del Vostro nome.

— Signor conte — disse Silla — mi pare che basti. Dica cosa desidera da me!

— Più tardi. Non è vero che basti. Vado a dirvi dei fatti della Vostra vita che non sapete Voi stesso. Vi è dunque venuta questa salutare follìa della gloria, che Vi ha preservato, con una promessa fatta di niente,