Pagina:Malombra.djvu/49

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Il conte si pose l’indice alle labbra. Un domestico entrò con il lume, lo pose sul tavolo e si ritirò.

— Quando io affermo una cosa, mio caro signore — disse il conte — è provata.

— Ma in nome di Dio, chi!

— Adesso lasciamo stare. Io non voglio accusarvi di avere accettato un sacrificio simile. Voi non lo sapevate. Del resto la vita è così. Vi è sempre nei giovani questa baldanza ridicola di credere che la terra è beata del loro piede e il cielo del loro sguardo, mentre i loro genitori pestano fango e spine per portarli avanti, nascondendo quello che soffrono proprio negli anni in cui il loro corpo invecchia, il loro spirito è stanco, e tutte le dolcezze della vita, ad una ad una, se ne vanno.

— Dio! Se fosse vero, mi vituperi, m’insulti!

— Io non vi ho fatto venire in casa mia per vituperarvi. E poi, se avrete figli, pagherete. Bisognerebbe vituperar Voi, me e tutta questa buffonesca razza umana. Proseguiamo. Il Vostro libro non ebbe fortuna; per verità mi pare di potermi rallegrare con Voi, che la fortuna non è Vostra amica. Nel 58...

Il conte si fermò e poi riprese a voce bassissima:

— Non è a temere che Voi dimentichiate mai il colpo che riceveste nel 1858.

Tacque daccapo, e per qualche momento durò non interrotto il silenzio.

— Devo pur dirvi, a questo punto — riprese il conte — che se io V’intrattengo sui casi della Vostra vita oltre quanto sarebbe necessario per dimostrare che Vi conosco bene, si è perchè intendo di meglio giustificare in tal modo le proposte che vado a farvi. Dunque, nel 59 avete fatto il Vostro dovere e vi siete battuto per l’Italia. Vostro padre...

— Signor conte!

— Oh, voi mi conoscete molto male se potete credere che io voglia offendere davanti a un figlio la memoria