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| il manzoni poeta drammatico. | 163 |
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Rabbiosa, insopportabile, dal cielo |
Così sono uscite dal cuore di un marito credente, del Manzoni, in somma, queste belle e solenni ultime parole, con le quali il Conte raccomanda la moglie e la figlia al Gonzaga:
Quando rivedran la luce, |
Poco, lo ripeto, sappiamo, pur troppo, della vita del Manzoni in quegli anni che corsero dal suo matrimonio alla pubblicazione del Conte di Carmagnola e dell’Adelchi; ma forse non andremmo troppo lontani dal vero, supponendo che alcun grande dolore abbia agitato l’animo del Manzoni nel tempo, in cui, venduto il Caleotto, egli scrisse le sue tragedie[1] ed incominciò il pro-
- ↑ Sopra la lentezza relativa del Manzoni nel preparare le sue tragedie il Sainte-Beuve ci diede questi schiarimenti: «Il Manzoni, tutti lo sanno, lavorava le sue tragedie lentissimamente. Questa lentezza, che può dipendere da diverse cagioni, come per esempio dalla delicatezza di un’organizzazione nervosa, la quale si può trovare impedita a tener sempre dietro alla fantasia e all’intelletto, questa lentezza considerata in sè stessa non sarà forse cosa lodevole. Ma ciò che sicuramente merita lode, e vuolsi anzi proporre ad esempio, è la coscienza adoperata da lui nel preparare i materiali, e nello studiare gli argomenti delle sue composizioni. Sarebbe difficile il dire quel ch’abbia fatto per l’Adelchi, di cui cominciò ad occuparsi sul serio, dopo il suo ritorno da Parigi a Milano, negli ultimi mesi del 1820. Egli si accinse a studiare da storico, emulando gli uomini, coi quali aveva fin’allora conferito, tutto ciò che potè trovare nelle cronache sulle circostanze della dominazione e dello stato de’ Lombardi in Italia.