Pagina:Manzoni.djvu/198

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196 il manzoni unitario.

Manzoni è sempre ragionevole anche quando egli è maggiormente poeta, ossia quando il suo ingegno si alza di più; egli ha definito una volta la poesia l’esaltazione del buon senso, e basta questa definizione per farci intendere quello ch’egli crede si possa dire o non dire in poesia. Il reale e l’ideale devono essere fusi insieme; l’ideale deve alzare il reale, non abbassarlo, non abbassarsi ad esso; l’uno fuori dell’altro non istà nella poesia; e con uno solo di questi elementi non c’è vera poesia. Il Manzoni, in questo come in altri casi, vuole tutto o niente. Egli, così destro e fine nel cogliere i particolari accidenti delle cose, li nota soltanto per le loro attinenze con quell’armonia generale che, nell’età nostra, nessuno ha sentita più del Goethe. E quantunque assai lontano il Nostro dal possedere quelle profonde conoscenze nelle scienze fisiche e naturali, che il Tedesco aveva acquistate, è mirabile la loro concordia nell’alto concetto dell’unità ideale della scienza, o, se vogliam meglio, delle scienze. «Questo esser costretti (scriveva il Manzoni) a spezzar lo scibile in tante questioni, questo vedere come tante verità nella verità ch’è una, e in tutte vedere la mancanza e insieme la possibilità, anzi la necessità d’un compimento, questo spingerci che fa ognuna di queste verità verso dell’altre, questo ignorare che pullula dal sapere, questa curiosità che nasce dalla scoperta, com’è l’effetto naturale della nostra limitazione, è anche il mezzo, per cui arriviamo a riconoscere quell’unità che non possiamo abbracciare.»

Io mi sono forse troppo dilungato a parlare d’un Manzoni diverso da quello che gli stranieri si figurano.