Pagina:Manzoni.djvu/208

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206 intermezzo lirico:

furono pure sacrificati. Così, nel Coro dell’Adelchi, scritto dopo che fallì la rivoluzione piemontese del 1821, tra gli altri versi vennero soppressi questi, ove l’Autore si rivolgeva agl’Italiani:

Stringetevi insieme l’oppresso all’oppresso,
     Di vostre speranze parlate sommesso.


Ma il censore che si credeva furbo, lasciò passare nello stesso Coro questi altri versi, ove il volgo latino vedendo arrivare i Franchi guerrieri (si legga Buonaparte coi Francesi),

                      rapito d’ignoto contento,
     Con l’agile speme precorre l’evento,
     E sogna la fine del duro servir.


I Franchi, ossia i Francesi, arrivano contro i Longobardi, ossia contro i Tedeschi di Lombardia, contro gli Austriaci; ma, invece di liberare, portano in Italia una nuova tirannide, la tirannide napoleonica; e il censore si contenta che l’ultima strofa del Coro manzoniano dica così:

Il forte si mesce col vinto nemico,
     Col novo signore rimane l’antico;
     L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
     Dividono i servi, dividon gli armenti,
     Si posano insieme su i campi cruenti
     D’un volgo disperso che nome non ha.


Era un canto di dolore, che dovea seguire naturalmente a quello tutto fiducioso che, nel marzo 1821, il Manzoni stesso avea composto, quando i congiurati lombardi aspettavano con ansia le novelle che l’esercito rivoluzionario piemontese avea passato il Ticino.