Pagina:Manzoni.djvu/253

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i promessi sposi. 251

Federigo? ma il Manzoni si ricordava la nobile condotta di monsignor Opizzoni innanzi al Buonaparte, e il suo confessore Tosi e il vicario Sozzi, e delle loro virtù riunite animava anco più la bella figura del Borromeo, ed in parte ancora quella di Fra Cristoforo. Si trovò poi che un Fra Cristoforo da Cremona avea realmente sacrificato la propria vita per gli appestati di Milano; ma, in quanto il Manzoni se ne servì per farne un tipo immortale, oltre alla sua particolare simpatia per i Padri Cappuccini, che risaliva alle prime vivaci impressioni d’infanzia, ci doveva entrare lo studio dell’Autore a rappresentarci la vittoria riportata sopra sè stesso dal violento Lodovico che diventa un monaco piissimo, per meglio persuadere sè stesso che nella prima gioventù non avea sempre dovuto essere moderato e temperato, della necessità di domare gl’istinti e di vincere le passioni. Qualche cosa del giovine Manzoni, qualche pagina della sua prima vita

    Visconti. Per l’aequa potestas quidlibet audendi ho trasportato il suo castello nella Valsassina. La duchessa Visconti si lamenta che le ho messo in casa un gran birbante, ma poi un gran santo." Nella Valsassina aveva avuto signorìa, nel tempo in cui è collocata l’azione del romanzo, la casa Manzoni. L’aver fatto l’Innominato il signore della Valsassina parmi un altro segno evidente che il Manzoni voleva, in qualche modo, rappresentar sè stesso nell’Innominato, per l’aequa potestas quidlibet audendi. Vogliono che il Manzoni un giorno a chi lo ringraziava del bene ch’egli avea fatto co’ suoi scritti, rispondesse; "Senta, se c’è un nome che non meriti autorità, questo nome è il mio. Lei forse non sa che io fui un incredulo e un propagatore d’incredulità e con una vita conforme alla dottrina, che è il peggio. E se la Provvidenza mi ha fatto vivere tanto, è perchè mi ricordi sempre che fui una bestia e un cattivo