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262 i promessi sposi.

storici, confondendo la speranza di far più presto con quella di far meglio.1 Non sapevano, non pensavano

  1. Del rumore che fecero al loro apparire i Promessi Sposi, possiam prendere argomento dalle seguenti parole di Paride Zajotti, il critico della Biblioteca Italiana: «Alessandro Manzoni conduce in Italia la scuola romantica; nè la placidezza della sua vita, nè la dignitosa temperanza dell’alto suo ingegno valsero a liberarlo da questo onore pericoloso, cui necessariamente lo solleva la fama universale delle sue opere, e il bisogno riconosciuto da’ suoi seguaci di ripararsi sotto un gran nome. Non è quindi a maravigllare, se le sue scritture al primo venire in luce destano una commozione sì viva, e chiamano tosto i partiti a sdegnose e gareggianti parole; i classicisti non gli vogliono permettere d’acquistar tanta gloria violando i loro antichi precetti, e i romantici menano un romoroso trionfo, attribuendo alla bontà de’ nuovi principii le lodi unicamente debite all’eccellenza del loro maestro.» Più volgarmente il prete Giuseppe Salvagnoli Marchetti, il quale nell’anno 1829 pubblicava in Roma un opuscolo contro gl’Inni Sacri di Alessandro Manzoni, per far dispetto al Borghi che gli ammirava, gl’imitava e non volea le lodi del Salvagnoli se quelle lodi doveano tacitamente contenere un biasimo agl’Inni manzoniani, confessa la popolarità, di cui godevano fin da quell’anno i Promessi Sposi. Dicendo egli al proprio libraio che non avea ancora letto il romanzo del Manzoni, fa poi che il libraio malignamente gli soggiunga: «Si tollererebbe più volentieri il non aver letto Dante che i Promessi Sposi oggidì.» Il libraio gli offre venticinque zecchini, a patto ch’ei scriva contro i Promessi Sposi; il Salvagnoli finge ricusare il compenso larghissimo, per questa sola ragione, ch’egli non suol leggere nè insegnare «una storia corretta e rifatta in un romanzo.» Chè se consente a scrivere contro gl’Inni Sacri, l’invidia non c’entra. «Non invidio (egli scrive) il Manzoni, perchè non ho mai invidiato chi segue false immagini di bene e di vero.» La critica dell’opera manzoniana fu in parte pubblica, in parte privata. Lo stesso critico della Biblioteca Italiana fin dall’anno 1827 ce ne avverte: "I varii giudizii, che diedero di quest’opera le pubbliche stampe e i privati discorsi, cominciarono a dividersi già sul principio di essa, dove si venne a disputare se le convenisse