Pagina:Manzoni.djvu/275

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i promessi sposi. 273

cordo de’ vecchi, un giorno, nel tempo in cui egli scriveva i Promessi Sposi, una vettura si sarebbe fermata in vista del Caleotto e di Acquate; in quella vettura vogliono che si trovasse il Manzoni, e che alla vista de’ cari luoghi della sua infanzia abbia dato in uno scoppio di pianto, e mancatogli il coraggio di scendere, egli sia invece ripartito prontamente per Milano, per sottrarsi alla vivezza del dolore subitamente provato. Sia storia o storiella, questo racconto esprime, in ogni modo, il sentimento vivissimo che il Manzoni aveva, senza dubbio, del panorama incantevole ch’egli aveva più volte, essendo fanciullo, ammirato dal suo Caleotto. Si direbbe che di là tutti i luoghi principali de’ Promessi Sposi non solo s’abbracciano con gli occhi, ma si pigliano, per così dire, con le mani. La viottola, per la quale passeggiava Don Abbondio, la chiesa d’Acquate, la casa di Agnese e di Lucia, la palazzina di Don Rodrigo, il Resegone, il convento di Pescarenico, il passo del Bione, le rovine del supposto castello dell’Innominato, tutto si spiana alla vista di chi contempli la scena ridente e svariata dal Caleotto. Chi visita ora que’ luoghi li trova certamente bellissimi; ma bisogna proprio visitarli per vedere coi proprii occhi, con piena evidenza, quale meraviglioso artista, quale stupendo poeta anche scrivendo in prosa siasi rivelato il Manzoni.1 Nessuno che legga i Promessi Sposi in vista d’Acquate troverà una sola linea che si discosti dal vero; ma la poesia di quel vero

  1. Colgo l’occasione per ringraziare l’egregio Antonio Ghislanzoni che mi fu guida intelligente e simpatica nel mio pellegrinaggio artistico ai luoghi manzoniani.