Pagina:Manzoni.djvu/281

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il manzoni e la critica. 279

salita, ma che egli sarebbe caduto sopra una via propria, sulla sua propria orma, quando avesse dovuto cadere. Appena composti i Promessi Sposi, vedendo il pericolo che si correva a passare per creatore del romanzo storico in Italia, e ad esser tenuto complice di tutti i pretesi romanzi storici che si sarebbero pubblicati dopo il suo, ebbe un’idea poetica. Adopero la parola poetica nel modo, in cui piaceva adoprarla a Renzo. Vi ricordate la scena dell’osteria? Un giuocatore dice che le penne d’oca, con le quali si scrive, sono in mano de’ signori, perchè sono essi che mangiano le oche, ed è giusto che s’ingegnino a far qualche cosa anche delle penne. Si ride, e Renzo esclama: «To’ è un poeta costui. Ce n’è anche qui de’ poeti; già ne nasce per tutto. N’ho una vena anch’io, e qualche volta ne dico delle curiose..., ma quando le cose vanno bene.» L’Autore soggiunge: «Per capire questa baggianata del povero Renzo, bisogna sapere che, presso il volgo di Milano, e del contado ancora più, poeta non significa già, come per tutti i galantuomini, un sacro ingegno, un abitator di Pindo, un allievo delle Muse, vuol dire un cervello bizzarro e un po’ balzano che, ne’ discorsi e ne’ fatti, abbia più dell’arguto e del singolare che del ragionevole. Tanto quel guastamestieri del volgo è ardito a manomettere le parole, e a far dir loro le cose più lontane dal loro legittimo significato! Perchè, vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con cervello balzano?» Il Manzoni dovette sentirsi dare a quel modo del poeta, e non da sole persone del volgo. Quando egli stava correggendo i Promessi Sposi, cioè nel luglio del 1824, dopo avere