Pagina:Manzoni.djvu/288

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286 il manzoni e la critica.

da quella aperta promessa, e dalla lunga aspettativa, che sarebbe uscito un nuovo racconto; quando, invece, s’accorse di che si trattava, esso si credette burlato, e mormorò, quantunque il Manzoni l’avesse, con onesta previdenza, messo subito sull’avviso, scusandosi da sè stesso della soverchia curiosità, con cui s’era attesa la Storia della Colonna infame. «In una parte (egli scrive) dello scritto precedente (I Promessi Sposi), l’Autore aveva manifestata l’intenzione di pubblicare la storia; ed è questa che presenta al pubblico, non senza vergogna, sapendo che da altri è stata supposta opera di vasta materia, se non altro, e di mole corrispondente. Ma, se il ridicolo del disinganno deve cadere addosso a lui, gli sia permesso almeno di protestare che nell’errore non ha colpa, e che, se viene alla luce un topo, lui non aveva detto che dovessero partorire i monti.» Il Manzoni, proseguendo l’opera di Pietro Verri che nel secolo innanzi aveva scritto le Osservazioni sulla Tortura, voleva fare inorridire per le iniquità dei sistemi di procedura, insistendo sui processi degli Untori, non tanto per far prendere in odio la tortura già scomparsa, quanto per rendere odiosi i processi che l’ignoranza rende ancora sempre arbitrarii e fallaci. «Noi (egli scrive), proponendo a lettori pazienti di fissar di nuovo lo sguardo sopra errori già conosciuti, crediamo che non sarà senza un nuovo e non ignobile frutto, se lo sdegno e il ribrezzo che non si può non provarne ogni volta, si rivolgeranno anche, e principalmente, contro passioni che non si posson bandire come falsi sistemi, nè abolire come cattive istituzioni, ma render