Pagina:Manzoni.djvu/29

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primi versi 27

i frati maestri del Collegio de’ Nobili in Milano costringevano allora, e così non li costringessero più ora, frati e non frati, nelle scuole d’Italia, i giovinetti ingegni. Nel suo sermone al Pagani egli si burla delle gonfie orazioni che, giovinetto, gli toccava comporre nella scuola, travestito, com’ei dice satiricamente, da moglie di Coriolano, e dell’arte rettorica, per la quale si chiude «in parole molte, poco senso,» precisamente l’opposto di quello ch’egli fece dipoi, dicendo sempre molto in poco:

   Pensier null’altro io m’ebbi infin dal tempo
     Che a me tremante il precettor severo
     Segnava l’arte, onde in parole molte
     Poco senso si chiuda; ed io, vestita
     La gonna di Volunnia, al figlio irato
     Persüadea, coi gonfii sillogismi,
     Ch’umìl tornasse disarmato in Roma,
     Allor sol degno del materno amplesso.
     Me dalla palla spesso e dalle noci
     Chiamava Euterpe al pollice percosso
     Undici volte, nè giammai di verga
     Mi rosseggiò la man, perchè di Flacco
     Recitar non sapessi i vaghi scherzi,
     O le gare di Mopso o quel dolente
     «Voi che ascoltate in rime sparse il suono

Ma vi ha di più: io sono lieto di potervi oggi recare una nuova prova meravigliosa della precoce potenza, con la quale Alessandro Manzoni sentì sè stesso. Uno de’ più geniali amici della sua vecchiaia, il professor Giovanni Rizzi, poeta gentile e sapiente educatore, conservava inedito presso di sè un mirabile Sonetto, composto dal Manzoni nell’anno 1801, il