Pagina:Manzoni.djvu/46

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44 il manzoni poeta satirico.

        Vivo, e quant’ozio il fato e i tempi iniqui
        A me concederanno, ho stabilito
        Consacrarlo alle Muse. Or come il mio
        Furor difenda, dolce amico, ascolta.


Egli, discepolo ideale del Parini, non cura le ricchezze, nè l’illustre discendenza, nè i palazzi, nè la gran signoria, nè il rumore di eccelsi fatti, perchè ne parlino i tardi nepoti; Giove, a lui più mite, lo obbliga ai versi. Ma quali versi? Oramai gli vennero a noia i sonanti, e però, prendendo nota di ciò che vede intorno a sè, che non è degno di poema, egli prosegue a scrivere umili sermoni, ad occuparsi di quella povera plebe, che sarà pure primissima cura dell’Autore de' Promessi Sposi:

   Or ti dirò perchè piuttosto io scelga
        Notar la plebe con sermon pedestre,
        Che far soggetto ai numeri sonanti
        Detti e gesta d’eroi. Fatti e costumi
        Altri da quei ch’io veggio a me ritrosa
        Nega esprimer Talìa.


Egli avrebbe bisogno, per rappresentar degli eroi, di vederne intorno a sè; ma non ne vede pur troppo; quelli che vorrebbero passare per eroi, invece di destare in lui ammirazione, lo fanno più tosto ridere. Quando la fantasia lo porta fra gli antichi, al fervido pensiero, ei dice:

   Mi s’attraversa Ubaldo, il qual pur ieri
        Pitocco, oggi pretor, poco si stima
        Minor di Giove e spaventar mi crede
        Con la novella maestà del guardo.


Se anche il nostro tempo, ei dice, opera cose