Pagina:Marinetti - La cucina futurista, 1932.djvu/124

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Finito il tuttoriso, colpi di scena: si spengono le luci bianche e rimangono accese quelle rosse: semioscurità. Il cav. Fontana mi sussurra: i piatti futuristi come certi versi di poeti moderni e come tutti i brillanti chimici han bisogno di molta penombra.

Serviranno una vivanda inventata su due piedi dal cav. Coppo, titolare dell’albergo d’Italia. I camerieri servono mentre da una battistangola è riprodotto il gracidar delle rane.

Riso e fagioli, rane e salame.

Ottimo.

Ma perchè non han riprodotto — domanda qualcuno — anche il grugnire dei porci? C’è ben del salame!!

— Il carneplastico — urla Fillìa — è il prodotto di tutti i giardini d’Italia.

Qui si corre il rischio di fare una indigestione!

Passiamo al mare d’Italia che anche i passatisti potrebbero senza sforzo introdurre nell’elenco dei manicaretti di famiglia.

Su un piatto ogivale son disposti lungo il raggio maggiore pezzi di filetto di pesce cotti al burro sui quali sono fìssati in degradanza con l’aiuto di uno steccadenti, una ciliegia candita, un pezzo di banana di Australia, un pezzo di fico.

Ai due lati del piatto crema di spinaci, in cima e in fondo salsa Cirio. L’aspetto di un grottesco transatlantico, il gusto della nostra cucina migliore.


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