Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/295

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search



59.V’accorre il suo Signor, volgendo dritto
verso il flebil muggito il guardo pio.
E quando vede (ahi Cacciatore afflitto!)
in cambio de l’augel, quel che ferio,
e gemer sente il poverel trafitto,
che par gli voglia dir «Che t’ho fatt’io?»,
stupisce, e trema, e da gran doglia oppresso
vorria passarsi il cor col dardo istesso.

60.Scende colá lo Dio chiomato e biondo
dal suo carro lucente ed immortale,
e gli dimostra con parlar facondo
come quel che l’afflige è picciol male.
Ma nessuna ragion che porti al mondo
a consolar lo sconsolato vale.
Del cadavere freddo il collo amato
abbraccia, e bacia, e vuol morirgli a lato.

61.Sfoga con l’innocente arco infelice
il suo rabbioso e desperato sdegno.
Spezza l’empie quadrella, ed «Omai» dice
«non suggerete voi sangue men degno!
áia te del fiero colpo essecutrice
mano ingrata e crude], perché sostegno?
Perché, s’hai con lo strai commesso errore,
non l’emendi col ferro in questo core?

62.Poi che perfido io stesso, e malaccorto,
di propria man d’ogni tesor m’ho privo,
e perduta ogni gioia, ogni conforto,
lieti oggetti e giocondi aborro e schivo,
fa’ (prego) o Ciel, senza il mio ben, ch’è morto,
ch’io fra tanto dolor non resti vivo.
Fa’ ch’io non senta almeno, e che non miri,
se non feretri, e lagrime, e sospiri».