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Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/366

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364 il giardino del piacere


175.Era a gran pena dal mio ventre al Sole
questo seme di vizii uscito fora,
né ’l fianco a sostener la grave mole
de la faretra avea ben fermo ancora,
quando del fiero ingegno, acerba prole,
maturò le perfidie innanzi l’ora;
e se ben l’ali ancor non gli eran nate,
con la malizia avantaggiò l’etate.

176. Iva a la scola, a quella scola, in cui
virtù s’impara, ed onestà s’insegna;
e piangea ne l’andar, come colui
che si fatte dottrine aborre e sdegna.
E conm’è stil de’ coëtanei sui,
perché ’l digiuno a ristorar si vegna,
pien di poma portava un picciol cesto,
che di fronde di palma era contesto.

177.Perché non si smarrisse, o smarrit’anco
fusse ai tetti materni almen ridutto,
sospeso gli avev’io su ’l tergo manco
di breve in forma un titolo costrutto.
Eravi affiso un pergameno bianco,
di minio e d’òr delineato tutto,
e scritto v’era di mia propria mano:
“Questi è di Vener figlio, e di Vulcano”.

178.Poco tardò, che di trovar gli avenne
la Vigilanza, ch’attendea tra via.
Con l’Importunità l’Audacia venne,
poi la Consüetudine seguia.
Costoro in guisa tal, ch’ebro divenne,
l’abbeveràr del vin de la Follia.
Ebro il tennero a bada, in fin che tutti
del suo panier si divoraro i frutti.