Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/413

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51.— Ah — disse Citherea — quanto mi pesa
irrevocabilmente aver giurato. —
Tenta stornarlo da la folle impresa,
tenta mollirgli l’animo ostinato.
Ma può solo appagar la voglia accesa
la chiesta grazia del piacer vietato;
grazia ingrata a colei che la concede,
e dannosa e mortale a chi la chiede.

52.E perch’ei scorge che la Dea ritrosa
a quel caldo pregar non ben consente,
vela i begli occhi d’una nebbia ombrosa,
e vibra umido d’ira il raggio ardente.
— Poco curar degg’io fronte sdegnosa —
diss’ella — e non mi cal d’occhio piangente,
perché, cor mio, piú volentier sopporto
di vederti colerico, che morto.

53.Non voler, prego, ah non voler per Dio
orme seguir di perigliosa traccia.
Se di caccia o di preda hai pur desio,
io sia la preda, e sia d’Amor la caccia.
Sien le tue reti, e i lacci tuoi, ben mio,
quest’auree chiome, e queste molli braccia.
Tolgano il dolce ciglio, e ’l dolce sguardo
l’ufficio a l’arco, e ’l ministerio al dardo. —

54.Tace, e del vicin mal quasi presaga,
non si sazia tenerlo in grembo stretto.
Sente da un certo che l’interna piaga
ritoccarsi aspramente in mezo al petto,
che par ch’a l’alma innamorata e vaga
dica: «Tosto avrá fin tanto diletto*.
Onde dubbiosa ed impedita il mira,
e di foco e di gel trema e sospira.