Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/739

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439.Come alfín mi conobbe, e come fui
da le selve condotta ai gran palagi,
lungo a dir fora, e quali e quanti a lui
fe’ di me poscia il Savio alti presagi.
Questo però tacer non voglio altrui,
ch’ancor tolta ai travagli, e data agli agi,
tra le delizie sue la Corte folle
forza non ebbe mai di farmi molle.

440.Comprender puoi da l’abito, s’io nacqui
agli ozii vili, o se viltá disprezzo:
a l’impero d’Amor mai non soggiacqui,
mai non mi mosse allettamento o vezzo;
e di poter mostrar piú mi compiacqui
in questo corpo a le fatiche avezzo
le cicatrici degli assalti audaci,
che le vestigia de’ lascivi baci.

441.Tolto dal genitor dunque congedo,
di Germania soletta io fei partita,
e tra vani riposi aver non credo
perduti i giorni in oziosa vita.
Ma mentre alfin per nave in patria riedo,
via sperando dal mar piana e spedita,
dopo molte aventure, a queste spiagge
tempestoso Aquilone ecco mi tragge.

442.Or poi che ’n brevi detti udito hai quanto
raccontar saprei mai de Tesser mio,
se lice pur, posta giú Tira alquanto,
il nemico essaudir, com’ho fatt’io,
fa’ tu, narrando il tuo, meco altrettanto,
ch’ancor non men d’intenderlo desio,
e ’l tuo sembiante e ’l tuo parlar mi pare
di Guerrier non oscuro, e non vulgare. —