Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/98

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39.Ma da la Maga, che dal Ciel discende,
son le delizie lor turbate e rotte,
onde lasciate le vivande orrende,
fuggon digiune e timide a le grotte.
Ella di fosche nubi e fosche bende,
che raddoppiano tenebre a la notte,
avolta il capo, inviluppata i crini,
di quel tragico pian scorre i confini.

40.Per que’ campi di sangue umidi e tinti
vassene col favor de l’ombra cheta,
e la confusion di tanti estinti
volge e rivolge tacita e secreta;
e mentre de’ cadaveri indistinti,
a cui l’onor del tumulo si vieta,
calcando va le sanguinose membra,
oscura cosa e formidabil sembra.

41.Non so se ’n vista sí tremenda e rea
lá ne la notte piú profonda e muta
per la spiaggia di Coleo uscir Medea
l’erbe sacre a raccòr fu mai veduta,
quand’ella giá rinovellar volea
del padre di Giason l’etá canuta.
Atropo forse sola a lei s’agguaglia
qualor d’alcun mortai lo stame taglia.

42.Scelse un ineschili di quella mischia sozza,
che passato di fresco era di vita.
Intero il volto, intera avea la strozza,
ma d’un troncon nel petto ampia ferita.
Se sia guasto il polmon, se rotta o mozza
sia l’aspra arteria ond’ha la voce uscita
prendendo a perscrutar, trova la Maga
c’ha le viscere intatte, e senza piaga.