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sonetti amorosi 91

XXXII


SUL MEDESIMO SOGGETTO


     Il piú mi dona e mi contende il meno
questa crudel, che del giardin d’Amore
mi nega il frutto e mi contende il fiore,
posto a’ desir sul maggior corso il freno.
     Desta la voglia e non l’appaga a pieno,
tempra la fiamma e non spegne l’ardore,
m’alletta il senso e non mi sazia il core,
m’accoglie in braccio e non mi vuole in seno.
     Oh spietata pietá, fiera bellezza,
per cui more il piacere, in fasce ucciso,
a pena nato, in grembo a la dolcezza!
     Cosí congiunto a lei, da lei diviso,
povero possessor d’alta ricchezza
Tantalo fatto sono in paradiso.


XXXIII


IL LUOGO DEI SUOI AMORI


     A quest’olmo, a quest’ombre ed a quest’onde,
ove per uso ancor torno sovente,
eterno i’ deggio, ed avrò sempre in mente
quest’antro, questa selva e queste fronde.
     In voi sol, felici acque, amiche sponde,
il mio passato ben quasi presente
Amor mi mostra, e del mio foco ardente
tra le vostre fresch’aure i semi asconde.
     Qui di quel lieto dí soave riede
la rimembranza, allor che la mia Clori
tutta in dono se stessa e ’l cor mi diede.
     Giá spirar sento erbette intorno e fiori,
ovunque o fermi il guardo o mova il piede,
de l’antiche dolcezze ancor gli odori.