Pagina:Marino Poesie varie (1913).djvu/142

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130 parte terza


     Che parli Ergasto? Ancor la tua sciocchezza
grida indarno col fato e si lamenta?
Clori nulla ti cura e nulla apprezza
quanto per la tua man le si presenta.
Ella, per uso a’ larghi doni avezza
di chi può meglio assai farla contenta,
gemi e piangi a tua posta, o morto o vivo,
ha le tue cose e te medesmo a schivo.
 
     Or t’ardi e soffri e, senza far piú motto,
tra le fiamme il tuo cor sia salamandra;
ché, se t’ascolta Pan, che suol lá sotto,
dormendo, il mezzodí guardar la mandra,
dirá che ’l tuo parlar gli ha il sonno rotto
e che garrulo sei piú che calandra.
Sovengati di quanto un giorno a l’aia
ti disse giá la vecchiarella Aglaia;
 
     quando, teco sedendo in su la selva,
pria ch’infettassi il cor di questo morbo,
la sinistra cornice in cima a l’elce
udí squittire e crocidare il corbo;
indi il mirto seccar, fiorir la felce
vide, e la vite aviticchiarsi al sorbo;
e, battute in sul pugno, aride e sparse
le foglie del papavero disfarse.
 
     — Fuggi — mi prese a dir, — deh! fuggi, o figlio,
l’aria nemica e la funesta piaggia.
Non molto andrá, che qui col crudo artiglio
il cor ti ferirá fèra selvaggia. —
E ben veggio, or ch’è giunto il mio periglio,
che l’indovina fu verace e saggia,
né so se i monti ircani o i boschi caspi
han sí fere le fère ed aspri gli aspi.