Pagina:Marino Poesie varie (1913).djvu/226

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214 parte quarta

dagli amorosi stimuli pungenti,
quasi rapido pesce alfin guizzando,
entra ne l’acque, e l’acque
non estinser però quelle cocenti,
ond’acceso avea ’l cor, fiamme amorose.
E come potean mai le fiamme tue
estinguersi in quell’acque,
da le cui bianche spume
nacque colei da cui nascesti, Amore?
Sbigottita, tremante e giá pentita
d’aver se stessa al mentitor creduta,
di quel celeste adultero fugace
la giovane gentile il tergo preme:
con la sinistra mano al corno attiensi;
l’altra stende a la groppa, e talor anco
de la lubrica gonna alza e raccorcia
oltre il dover la rugiadosa falda;
talor, per non cader, per non bagnarsi,
l’ignude piante in sé ristretta accoglie.
Quindi, rivolta a l’arenosa sponda,
chiama la madre ad alta voce indarno,
e chiede indarno a le compagne aita.
Sovra l’orlo del mar l’afflitte ancelle,
pallide in volto e lagrimose in atto
ver’ l’ignoto amator, quasi bramando,
per a volo seguirla, i vanni e l’ali,
stendon le man da lunge e volgon gli occhi;
e con querule strida e meste note
risonar fan l’arena: — Europa, Europa! —
     Iva la bella Europa,
sparsa le bionde trecce, il mar solcando.
De l’animata nave
era Amore ’l nocchiero,
ed ella stessa e passaggiera e merce.
Erano remi le taurine braccia,
era timone il corno, e vela il velo,