Pagina:Marino Poesie varie (1913).djvu/242

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230 parte quarta

lassú, nel primo ciel, di foco o sangue
de la diva medesma il freddo argento
a le magiche note
di Tessaglia o di Ponto;
cosí tinge il bel volto
di porpora rosata, e tale accende
di rubiconda fiamma
la guancia semplicetta.
Frettolosa e confusa,
allor, come può meglio,
il cinto verginal s’annoda al seno;
e parte ricoverta
dal biondo crin disciolto, e parte chiusa
nel bianco lin raccolto,
le vergognose mamme si nasconde.
In me, mal saggio e stolto,
umidi poi di sdegno i rai contorce;
e di non seco aver l’arco e gli strali,
per vendicar l’oltraggio,
par che forte le ’ncresca.
Ma non mancâro al suo divino ingegno
armi vendicatrici. Il fonte istesso
ne fu ministro, e fûro
arco eburneo la mano, e l’onda tersa
argentata saetta, ed ella arciera,
ch’al mio viso aventolla,
dicendo: — Io vo’ che sia
egual la pena agli ardimenti tuoi.
Or va’: dillo, se puoi! —
     Ahi! chi credea che ’n animo celeste
albergasse tant’ira? Ecco in un punto
sorgere in aria e circondarmi un turbo;
ond’io (come, non so) ratto trabocco
dal tronco in giú precipitoso al piano,
e quivi alfin m’aveggio
de la trasfigurata mia persona.