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302 parte sesta

XXXIX


PER L’AMICO MARCANTONIO D’ALESSANDRO

decapitato in Napoli.

(1606)


     Quel ferro, oimè! che dal tuo corpo tolse
la nobil alma e ’l capo tuo recise,
de la mia speme a un colpo il fil recise,
de la mia vita a un punto il nodo sciolse!
     Che non fe’, che non disse, o quai non vòlse
del tuo scampo tentar sagaci guise
il tuo caro fedel? Ma nol permise
il Ciel, che del tuo duol poscia si dolse.
     Usai per altrui man froda pietosa;
ma vidi Astrea, che ’n me la spada strinse,
e minacciommi rigida e crucciosa.
     Timor di me, pietá di me ti vinse;
sí ch’io piansi fuggendo. Ella, sdegnosa,
due vite amiche in una morte estinse.


XL


PER UNA SUA OPERA

lasciata imperfetta nel fuggire da Napoli.


     Tolto a le fiamme il pargoletto amato,
de’ suoi stanchi pensier fido sostegno,
dal battut’Ilio a piú tranquillo regno
al pietoso guerrier portar fu dato.
     Misero! e me, che di signor turbato
fuor del nido natio fuggo lo sdegno,
tenero ancora il mio piú caro pegno
a forza abbandonar costringe il fato.
     Parto de l’alma mia, prole infelice,
ond’a speme m’alzai d’eterno onore,
rimanti in preda a rigida nodrice.
     Ahi, quanto fia per te foco maggiore
(mortal giá fatta e misera fenice),
che l’incendio troian, l’ira d’un core!