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versi di occasione 307

XLIX


MENTRE DIMORAVA IN RAVENNA

Al cavalier Andrea Barbazza.

(c. 1606)


     Barbazza, io mi son qui, dove ristagna
l’onda nel pian, che, paludoso e molle,
infra ’l Ronco e ’l Monton le sacre zolle
piú di sangue che d’acqua impingua e bagna.
     Ma del mio cor, che senza te si lagna,
non affrena giá ’l volo o selva o colle,
né da te, di cui solo avampa e bolle,
tanto tratto di ciel mai lo scompagna.
     Qui però duro intoppo il piè ritiene,
né mai luce di sol, che non sia negra,
porta l’ore per me poco serene.
     Cosí passo la vita afflitta ed egra;
e cosí sempre fia, se ’n te non viene
la metá di quest’alma a farsi intégra.


L


A GIROLAMO PRETI


1


     Venni al giardin d’Amor, non d’altro adorno
che d’erbe di speranze e di desiri,
di fronde di cordogli e di martiri,
il cui fiore, il cui frutto è danno e scorno.
     Ha d’affanno e di pena il muro intorno,
e vi scherzan per entro in mille giri
acque di pianto ed aure di sospiri;
inganno e crudeltá vi fan soggiorno.
     N’è custode l’Orgoglio, e n’è cultrice
la Gelosia, che con mortal tormento
spianta il mio ben da l’ultima radice.
     Qui, Preti, insanie a seminare intento,
a l’ombra d’un pensier poco felice,
zappo l’onda, aro il sasso e mieto il vento.