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376 parte ottava

XVI


IN MORTE DI PECCATRICE CONVERTITA


     Scaldò col guardo angelico e celeste
costei gran tempo i piú gelati amanti;
indi il petto ammollí de’ piú costanti
con le parole accortamente oneste.
     E quanti cori, pria miseri, in queste
sommerse di lascivia onde spumanti,
tante poi trasse in porto anime erranti
da le piú fiere e torbide tempeste.
     Ed ecco alfin tra ’l sempiterno riso
scossa si sta de la terrena salma,
giá donna in terra, or diva in paradiso.
     Lá, cinta il crin di gloriosa palma,
calca quel Sol, che somigliò col viso;
gode quel Dio, che sospirò con l’alma.


XVII


ALLA PROPRIA COSCIENZA


     Verme immortal, che con secreto dente
i mordaci pensier sempre rimordi;
interno can, che de la pigra mente
con perpetuo latrar l’orecchie assordi;
     sollecito avoltor, che avidamente
intendi a divorar gli affetti ingordi;
vespa sottil, ch’a stimulo pungente
susurro acuto entro ’l mio petto accordi;
     lima, che rodi l’anima; martello,
che l’incude del cor batti sí spesso;
spina del peccator, sferza e flagello;
     voce di Dio, che con parlar sommesso
mi sgridi e chiami; ahi! qual tentato è quello,
che non faccia di te freno a se stesso?