Pagina:Martinetti - Saggi e discorsi, 1926.djvu/248

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anima razionale (Teod. § 91). Nello stesso senso si pronunciò il wolfiano G. F. Meier. «Le anime dei bruti pensano, quindi non sono materia: sono dunque esseri semplici ed incorruttibili. Una bestia muore: ma la sua anima resta: essa vive eternamente, salvo il caso che Dio l’annichilasse, il che non avrebbe ragione. Perchè Dio, che è buono e giusto, dovrebbe ripiombare nel nulla tanti esseri che sentono? Le anime delle bestie continuano dunque ad esistere: dopo aver lasciato il loro corpo esse si uniscono con nuovi corpi e diventano più perfetti e più felici o più imperfetti e miserabili». Così anche sotto l’influenza di Leibniz il naturalista e filosofo Carlo Bonnet di Ginevra nella sua Palingenesi filosofica o idee sullo stato presente e futuro degli esseri viventi (1769). Anch’egli pensa che uomini ed animali siano composti di tre parti: del corpo grossolano, d’un organismo etereo che comprende in piccolo tutti gli organi dell’animale futuro e trapassa di vita in vita, e dell’anima. Anche le piante hanno una coscienza: ed è probabile che la loro sensibilità si svolga e si affini in altri stati superiori. Le anime animali passano, dopo un lungo errare, nello stato umano: quindi esse sono rispetto a noi come in uno stato d’infanzia: sono anime che debbono ancora svolgersi attraverso più vite come l’anima del bambino, che è ancora in sè un poco animale, si svolge e perviene all’umanità nel corso della sua vita presente. Del resto il concetto dell’immortalità dell’anima degli animali era una dottrina corrente nel secolo XVIII: esso si connette con la teoria della trasmigrazione, che troviamo anche in Lessing, Sulzer, Hume, Schlosser, Lichtenberg ed altri1.

Gli scolastici invece pongono tra l’anima umana e l’animale una differenza essenziale: l’anima del bruto perisce totalmente con il corpo. L’anima è una forma sostanziale materiale, non sussistente per sè: vale a dire è un principio che forma, plasma e anima la materia, ma che deriva dalla materia stessa (educitur e potentia materiae) e che non può nè sussistere, nè agire senza la materia che esso anima. Quindi alla morte dell’a-

  1. Cfr. R. Unger. Zur Geschichte d. Palingenesiegedankens im XVIII Iahrh.in Deutsche Vierteljahr. f. Literaturwiss. u. Geistesgeschichte, Bd. Il, 2.