Pagina:Mastro-don Gesualdo (1890).djvu/235

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— Don Gesualdo siamo pronti, se volete venire; gli amici vi aspettano.

Ma gli tremava la voce al poveraccio. Lo stesso don Gesualdo, al momento di buttarsi proprio in quella faccenda, gli vennero in mente tante brutte idee; si fece pallido, e gli cadde la forchetta di mano. Bianca poi si alzò convulsa, incespicando qua e là, pigliandosela col canonico, che metteva in quell’impiccio un padre di famiglia.

— Se fate così!... — balbettò il canonico; — se mi fate anche la jettatura... allora, buona notte!

Don Gesualdo cercava di volgerla in ridere, colle labbra smorte — Bravo canonico! Adesso si vedrà se siete un uomo!... Sono contento, vedi, Bianca! Sono contento d’andare magari verso il precipizio, per vedere che cominci ad affezionarti a me e alla casa...

Tutto sudato, colle mani un po’ tremanti, si imbacuccò ben bene in uno scapolare, per prudenza, e scesero in istrada. Non c’era anima viva. Sul terrazzo del Collegio una mano ignota aveva spento finanche il lampione dinanzi alla statua dell’Immacolata: una cosa da fare accapponar la pelle, quella sera! Egli allora si sentì stringere il cuore da una tenerezza insolita, pensando alla casa e ai parenti.

— Povera Bianca! Avete visto? È buona, sì, in fondo... Non lo credevo, davvero!...

— Zitto! — interruppe il canonico. — Se vi fate