cia, ma fortunatamente nol potè[1]. Alla metà del secolo xvi Armenini[2] la disse mezzo guasta. Se crediamo al milanese Lomazzo, presto ne scomparvero tutti i colori, cosicchè i soli contorni restarono a indicarne l’eccellente disegno[3]. Ai primi anni del secolo xvii il P. Gattico dominicano che lasciò ms. la storia del convento delle Grazie ove abitava, dice, che quella pittura era alterata; e ad un’epoca poco da questa lontana dobbiamo riportare quanto scrive il summentovato card. Borromeo, cioè che del Cenacolo vedeansi solo le reliquie, e che avendo egli osservato nascere ciò dalla parete, onde cadeane l’intonaco, pensò a farne cavar copia da abil dipintore, che sulle prime disperò di ritrarne cosa alcuna; ma, avendo cominciato dalle men guaste teste degli Apostoli, riuscì a poco a poco e in quadri diversi a copiarne il tutto; e sì bene il fece che avendo potuto le sue figure confrontare co’ disegni originali delle medesime presso di noi esistenti allora, trovaronsi pienamente corrispondere[4]. Il certosino Bartolommeo Sanese nel 1624, al vedere nella Certosa di Pavia la copia fattane da Marco Oggiono,
- ↑ Vedi al num. xxix.
- ↑ Loc. cit.
- ↑ Tempio della Pittura, pag. 49. Trattato della Pittura, p. 50.
- ↑ Feder. Card. Borromaei Musaeum, pag. 26.