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62 VI - SEMIRAMIDE
Ché ad agitarmi il petto,
o somigliante o vera,
tornar sugli occhi miei
Semiramide infida or non vedrei.
SlBARI. Semiramide! Come?
È teco? Ove s’asconde?
SCITALCE. E cosi cieco,
Sibari, sei? Non la ravvisi in Nino?
SlBARI. (Ah! la conobbe.)
SCITALCE. A me la scopre assai
il girar de’ suoi sguardi
subito torna a palpitarmi in petto.
SlBARI. Eh! t’inganna il desio. Se fosse tale,
al germano Mirteo nota sarebbe.
SCITALCE. No; ché bambino ei crebbe
nella reggia de’ battri.
SlBARI. E poi trascorsi
tre lustri son, da che fuggi d’Egitto;
né più di lei novella
fra noi s’intese, e ognun la crede estinta.
SCITALCE. Chi più di me dovrebbe
crederla estinta? Io quella notte istessa
che fuggi meco, io la trafissi.
SlBARI. Oh Dio!
che facesti?
SCITALCE. E dovea
impunita restar? Tutto fu vero
SlBARI. E il conoscesti?
SCITALCE. In parte
pago sarei, se il ravvisava: in lui
potrei l’ira sfogar.
SlBARI. (Non sa ch’io fui.)
Ma come ti salvasti
dal nemico furor?
SCITALCE. Fra l'ombre e i rami
mi dileguai; ma prima
del Nilo in su la sponda
l’empia trafissi, e la balzai nell’onda.