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204 iii - catone in utica


SCENA XII

Catone e Marzia, indi Emilia.

Marzia. Ah! signor, che facesti? Ecco in periglio
la tua, la nostra vita.
Catone. Il viver mio
non sia tua cura. A te pensai: di padre
sento gli affetti, (vedendo venire Emilia) Emilia,
non v’è piú pace, e fra l’ardor dell’armi
mal sicure voi siete; onde alle navi
portate il piè. Sai che il german di Marzia
di quelle è duce; e in ogni evento avrete
pronto lo scampo almen.
Emilia. Qual via sicura
d’uscir da queste mura
cinte d’assedio?
Catone. In solitaria parte,
d’Iside al fonte appresso,
a me noto è l’ingresso
di sotterranea via. Ne cela il varco
de’ folti dumi e de’ pendenti rami
l’invecchiata licenza. All’acque un tempo
serví di strada; or dall’etá cangiata
offre asciutto il cammino
dall’offesa cittade al mar vicino.
Emilia. (Può giovarmi il saperlo.)
Marzia. Ed a chi fidi
la speme, o padre? È mal sicura, il sai,
la fé di Arbace: a ricusarmi ei giunse.
Catone. Ma nel cimento estremo
ricusarti non può. Di tanto eccesso
è incapace, il vedrai.
Marzia. Fará l’istesso.